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I GRANDI MAESTRI DELL'UMANITA' - Charles de Foucauld

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CHARLES

Chi era Charles de Foucauld? Il rampollo di una nobile famiglia militare francese, cattolica, che a 6 anni perde entrambi i genitori. Il padre muore di pazzia in manicomio. Questo segna un punto fondamentale della sua biografia. Diventa inquieto, vive una giovinezza alla ricerca del piacere, viene cacciato dall’esercito francese per mal disciplina, poi decide di andare in Marocco per esplorare una zona sconosciuta e quest’impresa gli vale una medaglia d’oro dalla Società di geografia di Parigi. Qui resta impressionato dalla fede dei musulmani e dal loro modo di pregare, in particolare i mistici sufi.

A 30 anni torna a Parigi per ricevere il premio e va nella chiesa di Sant’Agostino dove si converte. Tornato alla fede vuole diventare religioso, e sceglie la vita più austera e dura: si fa monaco trappista che lo porta a vivere in Francia e poi in Siria. Prima di emettere i voti perpetui viene mandato a vegliare un morto e scopre che i vicini di casa sono più poveri di lui, che è un monaco trappista.

Chiede e ottiene di lasciare la trappa e va a vivere a Nazaret come domestico delle Clarisse dove vive in una capanna, povero e nascosto. La badessa s’accorge della sua profondità interiore e lo convince a diventare prete. Dopo l’ordinazione nel 1901 sceglie una zona del deserto del Sahara dove non ci sono preti.

Per  questi 15 anni vive vicino alle guarnigioni francesi di stanza in Algeria e si spinge nel deserto fino al villaggio tuareg di Tamanrasset, dove impara la loro lingua per annunciare il Vangelo. I musulmani, ripete, non devono essere convertiti ma occorre avere con loro relazioni buone e fraterne».

 In cosa consisteva la sua spiritualità da “figlio del deserto”?  Quando si converte è conquistato da una frase molto amata del suo padre spirituale: “Gesù, quando si è fatto uomo, ha preso l’ultimo posto che nessuno gli potrà togliere”. Tutta la vita di fratel Carlo è segnata dalla volontà di mettersi all’ultimo posto e accanto a quelli che vivono all’ultimo posto. “È figlio del deserto perché figlio del vento, dell’acconsentire alla realtà così com’è di realizzarsi”.

Quali sono le parole chiave che aiutano a comprendere la sua opera? Tre parole: amare, servire e pregare. L’amore è la cosa più importante perché è l’immagine di Dio. Fratel Carlo sceglie come simbolo sull’abito religioso il cuore sormontato dalla croce. Il suo motto era: “Non amerò mai abbastanza”. In due sensi: nell’amore verso Dio, pregando, e nell’amore verso il prossimo, servendo.

Perché, come ha detto Benedetto XVI, la sua vita è «un invito ad aspirare alla fraternità universale?.  Di fatto per fratel Carlo la santità coincide con la fraternità. Dopo la conversione pensa che per diventare santi bisogna isolarsi in un monastero. Poi leggendo il Vangelo si accorge che la santità non è separazione dal mondo ma fraternità universale. Il rapporto che intesse con il mondo islamico rappresenta per noi una sfida perché permette di trovare con questi fratelli un dialogo senza però convertirli. Ripeteva:”Voglio essere il piccolo fratello universale. Il fatto stesso che l’altro sia accanto a me lo rende mio fratello”.

La sua morte.  La sua casa, sempre aperta a tutti, viene saccheggiata da predoni e in questo assalto resta ucciso. Il cadavere fu ritrovato presso l’ostensorio. Fratel Carlo non muore  come testimone appassionato dell’amore che si dà fino alla fine. Con lui c’è un’evoluzione dell’idea stessa di martirio: donare la vita fino al sangue ma senza un carnefice. La sua morte ha rappresentato un modo diverso di vivere il martirio.